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1.  Quali sono i limiti della posturologia?


2.  Quali sono le patologie del sistema muscoloscheletrico che probabilmente non si gioveranno di un qualsiasi trattamento posturale?


3. Quali sono le patologie che di solito migliorano spontaneamente, quasi indipendentemente dal trattamento che proponiamo?


Bisogna fare prima di tutto una precisazione:


Un conto sono le alterazioni posturali dovute a posizioni alterate dei segmenti del corpo fra di loro.


Un conto sono le alterazioni posturali dovute ad alterazioni anatomiche di ossa o articolazioni.


Per fare degli esempi:


Una persona può avere il dorso curvo (figura 1) perché i suoi muscoli della schiena non tengono diritta la colonna come dovrebbero, ma, se lo invitiamo a raddrizzare attivamente il dorso, l’alterazione scompare. Questo perché le articolazioni e le ossa non sono (o lo sono minimamente) ancora alterate nella loro anatomia.

Invece, se le vertebre dorsali sono cuneizzate (cioè viste di lato hanno l’altezza della loro porzione anteriore minore di quella posteriore, figura 2), la causa dell’alterazione posturale non sono i muscoli, ma l’anatomia stessa della schiena e in questo caso il paziente, se gli chiediamo di raddrizzarsi, potrà farlo solo perché aumenta le curve dei segmenti di rachide sopra e sotto alla sua deformità, sottoponendole a uno stress eccessivo (figura 3).


           
                 
                                                        

           Fig 1                                                  Fig. 2                                                  Fig. 3


Un ginocchio varo dell’adulto (Fig. 4) è dovuto all’alterato asse delle ossa dell’arto inferiore, con una componente più o meno variabile dovuta alla lassità dei tiranti (ligamenti) che tengono insieme le due ossa del ginocchio, il femore e la tibia. Quindi una soletta, meccanica tradizionale o posturale propriocettiva che sia, non potrà mai raddrizzarlo, potrà magari alleviare delle tensioni e provare a rallentare il processo degenerativo di consumo dell’articolazione (l’artrosi, Figg. 5 e 7). Lo stesso vale per il ginocchio valgo (Fig. 6).













        


           Fig. 4                             Fig. 5                         Fig. 6                              Fig.7



Quindi, non è possibile “raddrizzare” un segmento corporeo o un’articolazione lavorando con tecniche posturali, quando questi sono alterati nella loro anatomia.


Solo nei soggetti in crescita (bambini, più che ragazzi), con costanza ed impegno, si può sperare di migliorare una alterazione anatomica, vista la plasticità dell’organismo giovane che cresce.


Ma a volte, anche nei bambini provare per troppo tempo con le tecniche posturali, quando si sa già che l’alterazione è troppo grande, può portare a stress e a perdite di tempo inutili.


Un esempio di questo ultimo concetto è il piede piatto del bambino:


Il piede piatto del bambino, se di grado avanzato, è difficilmente guaribile con le solette (tradizionali o propriocettive che siano). L’indicazione è quindi chirurgica, cioè la correzione dei piedi piatti tramite un piccolo intervento chirurgico.



Se si aspetta troppo tempo, e il bambino cresce troppo (di solito oltre i 12 anni, ma bisogna vedere caso per caso), l’intervento non dà più garanzie di riuscita, e ci sono altri interventi chirurgici un pò più complessi da fare.


Quindi, se si è perso tempo con le solette, ci si è giocati la possibilità di trattare come si deve il problema.




Questo non vuol dire che non si possa provare con le solette e con gli esercizi per un pò di tempo, dandoci un limite (se ce la facciamo a migliorare i piedi fino a 11 anni, ben venga: il corpo dei bambini a volte reagisce migliorando inaspettatamente!) oltre il quale saremo sempre in tempo ad agire diversamente se il miglioramento non è stato sufficiente.



Ricapitolando, con la posturologia si può lavorare bene su una alterazione funzionale, non ancora diventata anatomica; se lo fosse diventata, non possiamo toglierla, ma magari con delle tecniche specifiche si può tentare di “lavorarci intorno”, facendo raggiungere al paziente un equilibrio posturale (segmentario o globale) più favorevole, così da alleviare il dolore per il quale esso si reca da noi.


Ovviamente, come già detto, cercando di fare del bene ad una parte del corpo senza fare del male ad un’altra!


Il confine tra alterazione funzionale ed anatomica non è mai netto: un medico deve riuscire a capire, in ogni paziente, quanto del dolore è dovuto all’una e quanto all’altra alterazione, e a volte esse sono così correlate tra di loro che è difficile farlo.


Sta al professionista valutare le possibili interazioni tra vari aspetti della patologia, servendosi dell’anamnesi, dell’esame obiettivo, degli esami strumentali (come Rx, TC ,RMN, valutazione su pedana stabilometrica e baropodometrica, etc...) e di una buona dose di esperienza e di buon senso.



L’ERNIA DEL DISCO


L’ernia del disco lombare dà un dolore a volte insopportabile, quindi sarà anche dovuta a una postura sbagliata, che nel tempo ha portato alla degenerazione precoce dei dischi lombari, ma sul momento non possiamo fare diagnosi posturale a causa della postura che il paziente assume per non sentire dolore (postura antalgica), altrimenti prenderemmo delle belle cantonate!


Quindi, prima di tutto bisogna fare:


  1. diagnosi di dolore da ernia discale (o protrusione, o bulging, o focalità, o altri mille termini simili che confondono il paziente ma vogliono dire tutti più o meno la stessa cosa: una parte del disco che sta tra due vertebre sporge dalla sua sede e tocca dei nervi nella schiena che sono responsabili del dolore locale e/o irradiato).



Fare questa diagnosi a volte è complicato:


-  Alcuni pazienti vengono in ambulatorio già con la Risonanza Magnetica dicendo “Ho un’ernia!”, e poi dalla visita si vede che quel dolore è dovuto a tutt’altro.


  1. - Altri, alla Risonanza Magnetica hanno solo un disco un pochino degenerato e dicono: “Eppure non ho un’ernia!”; dalla visita si vede che il dolore è provocato dall’irritazione chimica dei nervi della schiena, cioè: anche se il disco non sporge, a causa della sua degenerazione può rilasciare delle molecole che raggiungono i nervi e li fanno arrabbiare parecchio.


Dopo la diagnosi, si prosegue con:


  1. terapia mirata: Se è un dolore da irritazione chimica, gli esercizi faranno poco; bisogna ricorrere a qualche giorno di terapia con i farmaci.



Se è un’ernia molto espulsa e/o che comprime molto un nervo, facendo esercizi e manipolazioni si può anche peggiorare la situazione, quindi attenzione!



Bisogna anche sapere che, per sua natura, l’ernia del disco va verso un miglioramento e una guarigione  spontanei, di solito nel giro di sei-otto mesi: quindi viene da chiedersi:

quanti pazienti stanno meglio dopo alcuni trattamenti che vengono fatti come “ultima spiaggia” (pensiamo alle manipolazioni vertebrali, all’ozonoterapia, ai trattamenti posturali con solette o strani macchinari....) perché davvero il trattamento funziona, e quanti perché sarebbero stati comunque meglio?


Quindi dobbiamo essere un pò critici (non scettici, solo critici e scientifici!) anche in questi casi.




PER CONCLUDERE


Prima di affrontare un trattamento posturale, dobbiamo valutare:


  1. Il tipo di lesione, e la sua cronicità che può trasformarla in lesione anatomica.


Questo vale anche, ad esempio, per la lesione di un menisco su base degenerativa in un ginocchio varo: magari il menisco si è rotto a causa della deformità del ginocchio, ma non si può curare una lesione meniscale solo con le tecniche posturali!


  1. Se un paziente ha un dolore importante, non si può pensare di aspettare che il lavoro posturale modifichi la situazione; bisogna anche fare qualcosa per non far soffrire il paziente nell’immediato!



  1. La scientif
    icità:


Prima di dire a un paziente di andare da un dentista a spendere un patrimonio in bite e apparecchio ortodontico, o di fare il “giro delle sette chiese” dai vari specialisti perché gli abbiamo trovato un’alterazione della motilità oculare, dell’occlusione dentale, dell’appoggio dei piedi, eccetera, bisogna DIMOSTRARE che quelle alterazioni sono le vere responsabili dei sintomi del paziente.




Questo ultimo concetto viene spiegato nel capitolo LA DIAGNOSI di questo sito.